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La Fera de Sant Ustì

La Fera de Sant Ustì

Un viaggio nei ricordi alla riscoperta di giostre, attrazioni e bancherelle del bel tempo che fu
di Luciano Pescali

Il 28 Febbraio per noi trevigliesi significa “Madonna delle Lacrime” e “Fera de Sant’Ustì”, che pur nel suo peregrinare tra un sito e l’altro (Piazza Insurrezione, Piazza Mentana, Area ex GIL, Foro Boario e in attesa della nuova collocazione nel futuro polo fieristico) è vissuta ed amata da sempre. Pur perdendo nel tempo molto della sua specificità di fiera paesana legata al Santuario, resta sempre qualcosa di unico per noi trevigliesi. Certo le persone sono cambiate, noi siamo cambiati, le attrazioni non sono più quelle ingenue della nostra infanzia, i giochi, anche i più semplici, sono inquinati dalla tecnologia, tant’è che sono scomparsi tanti di quei divertimenti. Chi si ricorda delle gabbie a spinta su cui noi baldi giovani cercavamo di fare colpo sulle ragazzine? O il baracchino per il tiro con le palle ai barattoli, o ai pupazzi con le facce degli attori (Totò era un classico). C’erano pure baracconi dove si esibivano personaggi improbabili o inquietanti: l’uomo forzuto che rompeva catene come fossero di carta, o il fachiro, o la penosa esibizione della donna ragno e dell’uomo serpente. Questi ultimi nient’altro che povere creature malformate e sfruttate per queste esibizioni.


Queste “distrazioni” incidevano sul mio profitto scolastico del secondo trimestre (allora l’anno scolastico era suddiviso in tre trimestri): c’era un calo di attenzione a scapito della resa scolastica. Era poi dura recuperare negli ultimi tre mesi! Inoltre ci si metteva d’accordo tra di noi, fingendo di andare a studiare a casa dell’uno o dell’altro amico, ma si deviava sul calcinculo o sull’autoscontro. Tanto non esisteva il cellulare e noi ci si copriva a vicenda…


Allora abitavo in via Fratelli Galliari, nel cortile della Tipografia Saccardo, dove veniva stampato il “Biligot”. Ricordo l’andare e venire dei ragazzi che ritiravano le copie da vendere nelle vie. Il loro richiamo “Biligot, Biligot!” risuonava già dalle prime ore del mattino ed era il refrain di quel giorno speciale. Il nostro portone d’ingresso al cortile era la base, il deposito per le bancarelle lì dislocate, che si snodavano verso la fiera quando era in centro. Di alcuni di questi venditori ho ricordi che mi sono rimasti impressi: quello che proponeva pomate o unguenti miracolosi, buoni per tutti gli acciacchi, e che per attirare l’attenzione esibiva rettili e rane in barattoli sotto spirito. Oppure chi proponeva il pantografo per riprodurre i disegni, oppure (e questo mi affascinava sempre) chi vendeva il giroscopio facen-dolo girare vorticosamente in equilibrio su un filo teso.
Ricordo poi un ometto che azionando una manovella metteva in movimento tutta una serie di personaggi meccanici accompagnati da trilli e campanelli. Insomma un universo a volte ingenuo ma che riusciva a incuriosire bambini e adulti che, con alle spalle il ricordo fresco del grigiore della guerra, ci aiutavano a sognare un mondo a colori.
(Febbraio 2016)