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La storia del Ferrandino.

La storia del Ferrandino.

Quando Treviglio tirava l’acqua al proprio mulino

Mulino Ferrandino

Il Ferrandino: un’altra pagina della storia trevigliese che verrà completamente cancellata a breve. Non potendo pretendere di salvare l’edificio, ci siamo presi la cura, pur non essendo degli storici, di salvarne almeno il ricordo.Con il nome “Ferrandino” si indica il complesso di cascina con mulino che si trova in via Calvenzano. È l’ultimo avamposto del territorio di Treviglio, infatti, dieci metri più avanti è Calvenzano. 

La storia del Ferrandino di via Calvenzano.

La Comunità di Treviglio vi costruì nella metà del XIV secolo, un edificio con funzioni di presidio a tutela del capillare sistema irriguo. Può essere che l’edificio abbia svolto, in origine, anche la funzione di casello daziario per chi entrasse in Treviglio da sud. Il Ferrandino, con annesso mulino, ha rappresentato una delle prime dismissioni della storia patrimoniale della Comunità trevigliese. Venne infatti sdemanializzato nel periodo della dominazione spagnola e posto all’incanto, acquistato dalla famiglia Ferrandi, una delle più cospicue ed antiche famiglie trevigliesi.

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Il Ferrandino e le rogge trevigliesi

L’opificio Ferrandino è l’ultimo punto di confluenza delle rogge trevigliesi. L’acqua che scorre nelle rogge e nei riali della città proviene quasi esclusivamente dal Brembo, a partire da quel fiume infatti, nel 1309 sono state realizzate le due rogge ancor oggi di proprietà del Comune di Treviglio: la Vignola e la Moschetta. La Vignola nasce a Brembate e arriva fino a Treviglio percorrendo più di 9 km. All’altezza del partitore di Breda, tra la zona Nord e la frazione Geromina, termina il suo corso e le sue acque vengono divise in due canali: la roggia di Mezzo e la roggia dei Mulini. Quest’ultima attraversa tutta la zona Nord fino ad arrivare in via Felice Cavallotti. All’altezza del Mulino di porta Zeduro, in fondo alla via, si divide anch’essa in due tronconi: a destra nasce la roggia Murena e a sinistra la Castolda. E proprio la Castolda, dopo aver attraversato la città, si arresta al Ferrandino. Lo scaricatore che precede l’opificio doveva servire solamente per scaricare la roggia durante le sue piene, sia d’inverno, sia dopo i temporali estivi. La chiave era tenuta dal proprietario del Ferrandino e non si doveva mai aprire se non per sfogare la piena. Dal Ferrandino nascono due rogge: la Benpensata e la Babbiona. Quest’ultima, dopo aver raccolto gran parte delle acque di scolo della Vignola e della Moschetta, attraversa Calvenzano e Misano per poi immettersi nella roggia Cremasca. Il cavo della roggia Babbiona fu scavato in epoca antichissima da un gruppo di proprietari terrieri di Misano, in seguito a concessione avuta dal Comune di Treviglio di usare le acque di scolo. Essa, dopo essere passata nei pressi di Arzago si immette nella roggia Badessa.

Dòn, dòn del Ferandì

Più che nella storia il Ferrandino è entrato a far parte delle tradizioni popolari per la vicenda, non si sa quanto vera e quanto inventata, riassunta in una bella filastrocca tramandata da generazione in generazione che qui riportiamo. L’antefatto: si favellava intorno all’abitudine presa da certe donne di darsi convegno in orari non canonici (mentre gli ignari mariti lenivano nel sonno la stanchezza del lavoro nei campi) nei locali a piano terreno del Ferrandino per scambiarsi confidenze e leccornie. Scoperta la tresca uno dei mariti ebbe la bella idea di orchestrare una commediola che se bene recitata avrebbe spaventato le donne e posto termine a questa loro smania. La notte di San Pietro (di un anno imprecisato), dal granaio sovrastante il mulino, le donne, come al solito riunite per spassarsela all’insaputa dei mariti, sentono una voce cavernosa urlare: “Dòn, dòn del Ferandì! Ni i lèc ca lè ura de durmì, che san Péder ‘l la cumànda e, sa ùrì mìa crèt, èco la so gamba”: (Donne, donne del Ferrandino, andate a letto che è ora di dormire, è san Pietro che ve lo comanda e se non volete credere ecco la sua gamba). E a quel punto, da un buco del soffitto, scende la nuda gamba del goliardico marito mentre le donne sbigottite se la danno a loro volta ‘a gambe’ come tuttora si dice. Era il Seicento, tempo di streghe e di credulità e c’è da credere che la commedia abbia davvero sortito il suo effetto.

 Il Ferrandino oggi…e domani?

Il nome di questo storico mulino è tornato di attualità perché, sfortuna vuole, interessato al tracciato della Tav, quindi vicino alla demolizione. Ma il consigliere Luigi Minuti ha proposto di salvarne almeno l’antica ruota, una delle ultime ad essere pervenuta fino ai nostri giorni. Nelle ultime settimane sono iniziati i lavori di demolizione. Abbattuto il muro di cinta a sud dell’edificio, hanno cominciato a smantellare il tetto della cascina e ora, il mulino che per secoli ha sfamato il borgo prima e la città poi, è diventato una discarica di amianto a cielo aperto. Tale materiale è stato recuperato dal tetto dell’edificio e ammassato nel porticato antistante alla casa che prima era di proprietà della famiglia Gusmini. L’edificio, da quando è stato abbandonato durante la scorsa primavera è diventata più volte oggetto di vandalismo. I muri dell’edificio sono stati imbrattati e la scritta “Ferrandino”, presente all’esterno, era già stata imbrattata la scorsa estate con la scritta “Meglio a piedi che sulla Brebemi”. Una fine tutt’altro che gloriosa per un pezzo tanto importante della storia trevigliese.

Roberto Conti 

Mulino Ferrandino

Il Ferrandino su Treviglio Amarcord

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